Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

Il binomio disco/radio è indissolubile da centinaia di anni. Certo, il concetto di disco ha assunto varie forme in questo secolo, dal 78 giri fino al file Mp3, ma le canzoni in radio ci sono sempre state. Eppure in due radio pubbliche europee –  le più importanti, BBC e Rai – e per motivi diversi, il disco non è stato sempre di casa.

In Inghilterra sin dal 1920  la Musicians Union ha imposto un tempo contingentato al passaggio di registrazioni fonografiche alla BBC. Fino al 1967 alla radio nazionale del Regno Unito era permesso di trasmettere dischi solo per cinque ore al giorno e, con progressivo aumento delle ore di trasmissione, questo accordo denominato proprio Needle time (dove needle sta per puntina), è stato in vigore fino al 1988. 

Nel frattempo, Radio Luxembourg e tutte le radio pirata trasmettevano tutti i dischi che volevano, senza limitazioni e con la strizzata d’occhio dei discografici.

In Italia non c’erano limitazioni particolari dal punto di vista regolamentare, ma la grande tradizione delle orchestre della Rai ha fatto sì che si preferisse trasmettere le canzoni suonate dal vivo a scapito delle registrazioni su disco.

Il primo vero programma radiofonico della Rai improntato sul disco è stato Il Discobolo, programma in onda a partire dal 1953 sul secondo canale dalle 13:50 alle 13:55, con uno speciale domenicale in onda dalle 15:00 alle 15:30. In pratica un disco al giorno con riproposizione di tutti i dischi trasmessi nella settimana per addirittura (!) mezz’ora la domenica. Ideato e condotto da Vittorio Zivelli insieme a  Renzo Nissim, il programma ha avuto il grande merito di portare nella radio ancora monopolizzata dalla musica dal vivo delle orchestre di Cinico Angelini e Pippo Barzizza le canzoni straniere.

 

I grandi successi che esplosero in Italia grazie agli attesissimi passaggi giornalieri su Il Discobolo, furono decine. In una scaletta del marzo 1959, pubblicata dal Radiocorriere, troviamo  ad esempio “It’s just a matter of time”, di Brook Bentone,  “Rockin’ Mary”, tratta dalla filastrocca inglese “Mary had a little lamb”, firmata con nuova energia rock’n’roll da The Champs. Si deve sempre all’intuito di Zivelli e Nissim la celebrità di “Peter Gunn” di Ray Anthony e la sua orchestra (scritta da Henry Mancini ) e addirittura di “Philadelphia”, disco d’esordio di due gemelline tedesche che di lì a poco avrebbero trovato il successo in tv: Alice ed Ellen Kessler.

Vittorio Zivelli, napoletano, era soprattutto un autore, tanto che presto lascerà la conduzione del programma a Gigi Ortusio, continuando a curare i testi, perché poco soddisfatto della qualità della sua voce in onda. Nonostante questo è considerato l’antesignano – almeno in Italia – di un nuovo modo di proporre la musica in radio e il suo programma verrà unanimemente indicato da tutti quelli che seguiranno come il capostipite dei programmi musicali della radio italiana.

 

 

 

 

 

2 pensieri su “Needle time, quando i dischi in radio (pubblica) erano pochi

  1. amleta ha detto:

    A me a volte capita di ascoltare la radio in macchina e mi accorgo che in certe stazioni radio fanno sentire sempre la stessa musica. Sono le case discografiche ormai a gestire le radio. Non so se in passato fosse pure così. Comunque il vinile ha tutto un altro effetto, così come la musica fatta da strumenti veri piuttosto che quella fatta col pc. Io preferisco i suoni sporchi. 😊

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    1. Simone Fattori ha detto:

      L’influenza- diciamo così- delle case discografiche sulla programmazione comincia negli anni 50. Ne parlo diffusamente nel mio libro. Paradossalmente oggi la pressione è inferiore, perché le case discografiche sono meno potenti. Grazie per l’attenzione 😉

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