Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

“Ho sentito quello che stai facendo e lo stai facendo bene”. 1947, Club Baby Grand di Harlem, New York. A proferire questa frase è Billie Holiday, il destinatario un ragazzino alto un metro e mezzo, che ha appena cantato con voce da contralto quasi femminile con l’orchestra di Lionel Hampton. Solo che quel ragazzino ha 22 anni, una malattia rara e un’esistenza infernale. Ha anche un nome, ovviamente: James Victor Scott, ma per tutti è Little Jimmy Scott.

Nato a Cleveland, Ohio, nel 1925, Jimmy è il terzo di 10 figli, in una stirpe di famiglie numerose. Sua madre Justine, la prima ad accompagnarlo al pianoforte, era la 22esima di 26 figli. Justine lascerà prematuramente la sua nidiata quando Jimmy ha solo 13 anni, travolta da un’auto in strada. In quel ragazzino tormentato qualcosa sembra non andare, non cresce. La diagnosi sarà impietosa e successivamente lo accomunerà a due dei suoi fratelli: sindrome di Kallmann, una rara disfunzione ormonale che blocca la pubertà e tutte le sue manifestazioni fisiche.

Insomma, Jimmi è destinato a rimanere un tredicenne a vita. “Sono cresciuto venendo additato come queer, bambina, donna anziana, maniaco e frocio – dirà in età adulta, ma ancora senza un filo di barba – i ragazzini a volte sanno essere crudeli.” Ma tutto questo ha un risvolto positivo: questa voce angelica, indefinibile. Sembra una voce femminile, ma ha un controllo, un tono, un’estensione e un senso del ritmo e della melodia non comuni. Insomma, un dono.

Alla fine degli anni ’40 è dunque nell’orchestra del vibrafonista  Lionel Hampton, una delle più importanti d’America, ed è alla vigilia del suo primo successo discografico. Everybody’s Somebody’s Fool nel 1950 finisce al numero uno, ma sull’etichetta non è specificato chi sia a cantare quella canzone e tutti pensano che sia una cantante, bravissima. 

Neanche la carriera da solista negli anni ’50 sarà baciata dalla fortuna, anzi. Sceglierà come manager il famigerato Herman Lubinsky, che non solo curerà poco le sue uscite discografiche, ma ostacolerà la sua carriera fino ad impedirgli di pubblicare un disco già registrato per l’etichetta Tangerine, di proprietà di Ray Charles, che di Jimmy disse: “La sua voce mi ha rotto il cuore.”

Falling in Love Is Wonderful, così si chiamava quell’album del 1962, uno dei migliori della sua carriera, fu bloccato da Lubinsky, che sosteneva che l’artista fosse ancora sotto contratto con lui, e Ray Charles, che ne aveva curato la produzione e ingaggiato i migliori musicisti, fu costretto a ritirarlo. Sarà pubblicato solo nel 2002. 

Troppo pesante questo enorme fardello di delusioni per un uomo alto un metro e cinquanta e il vento palesemente contro. Jimmy abbandonerà la musica proprio mentre la sua strana malattia genetica gli regalerà improvvisamente e nel giro di pochi mesi altri 20 centimetri di altezza.

Si ritira nella sua Cleveland dove vivrà per oltre 20 anni di ogni tipo di lavoro, dal lustrascarpe al facchino in albergo, portantino in ospedale, spedizioniere, cuoco e operatore di ascensore. Tutto tranne cantare.

Ma l’ambiente ha continuato ad apprezzarlo e a mitizzarlo. La lista dei suoi estimatori, oltre ai già citati Ray Charles e Billie Holiday, annovera negli anni Frankie Valli, Charlie Parker, Joe Pesci, Marvin Gaye. Altri se ne aggiungeranno quando la sua carriera ripartirà improvvisamente. 

Nel 1991 muore l’amico e cantautore Doc Pomus. Jimmy torna a cantare in suo onore al funerale, davanti a diversi personaggi che contano nel mondo della discografia. E’ una clamorosa riscoperta, che gli porterà un contratto discografico con un  budget di 200mila dollari. Il risultato sarà All the Way, un album di standard che venderà 40.000 copie, riceverà una nomination ai Grammy e farà brillare una stella. Ora per tutti è Jimmy Scott, e basta. 

Seguiranno un tour con Lou Reed, l’invito a cantare alla Casa Bianca per l’insediamento di Bill Clinton e al matrimonio di Alec Baldwin e Kim Basinger, un brano nella colonna sonora del film Philadelphia e alcune partecipazioni alla saga di Twin Peeks.  L’apoteosi sarà Holding Back the Years, album di sue personalissime reinterpretazioni di classici moderni uscito nel 1998. Oltre al brano dei Simply Red che gli da il titolo, l’album contiene una sorprendente Slave to Love di Bryan Ferry, e una struggente versione di Nothing Compares 2 U, brano scritto da Prince per Sinead O’Connor.

Ora Jimmy ha avuto parte di quello che la vita gli aveva tolto, e a uno dei tanti giornalisti che lo intervisteranno, dirà: ”Una volta che l’ho saputo, ho capito che Dio mi aveva messo in questo strano piccolo pacchetto per una ragione. Tutto ciò di cui avevo bisogno era il coraggio di essere me. Quel coraggio ha impiegato una vita per svilupparsi.”

La sua voce ha smesso di incantare nel 2014, quando si è spento a 88 anni nella sua nuova casa di Las Vegas accudito dall’ultima delle sue 5 mogli. Senza un filo di barba su quella faccia da vecchio ragazzino. 

 

 

 

 

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