Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

Fa un caldo atroce sulle strade di Watts, quartiere neanche troppo periferico di Los Angeles quell’11 agosto. Eppure sono le sette di sera quando Marquette Frye viene fermato per guida in stato di ebrezza e portato al distretto di polizia. Fuori dall’edificio accorrono sua madre e suo fratello, che chiedono di poter riavere l’auto. Per tutta risposta vengono anche loro arrestati. Cominciano ad accorrere persone dei ghetti limitrofi, tutte di colore come i tre arrestati. Scoppia qualche tafferuglio, qualcuno accusa i poliziotti di aver aperto ingiustificatamente il fuoco e di aver ferito una donna incinta.

La tensione crescerà fino ad esplodere in sei giorni di rivolte, manifestazioni, violenze, saccheggi e incendi. Al termine della sommossa si conteranno 34 morti tra i manifestanti, più di mille feriti, quasi 3500 arresti e una stima dei danni pari a circa 40 milioni di dollari. Dell’epoca, perchè siamo nel 1965.

A questa vicenda ancora impressa nella sua testa pensa Marvin quando chiama nel cuore della notte Berry Gordy, il proprietario della sua casa discografica, la Motown. Esordisce con una domanda: “come posso continuare a cantare canzoni d’amore, con il mondo che esplode intorno a me?”. Marvin, che di cognome d’arte fa Gaye, è uno dei cantanti di punta dell’etichetta black di Detroit, e le sue canzoni d’amore si vendono un sacco. Sta preparando un nuovo album, e ha idee nuove. Il suo amico autore Obie Benson, membro dei Four Tops, gli aveva fatto ascoltare, durante una partita a golf, una canzone che la sua band aveva rifiutato di cantare.

Benson l’ha scritta insieme ad Al Cleveland dopo aver assistito ad altre violenze, quelle della polizia verso i manifestanti contro la guerra in Vietnam, al People’s Park di Berkeley nel maggio del 1969.

Gordy cerca di dissuadere Marvin: la gente non capirebbe questa svolta stilistica, le radio non passerebbero le nuove canzoni. Insomma, metterebbe in pericolo la sua carriera. Ma Marvin è convinto di quello che fa, ha altre canzoni in mente ispirate dalle lettere che gli invia suo fratello dal fronte vietnamita. Vuole fare un concept album sulla guerra, la violenza e tutte ciò che gli sta accadendo intorno e che non capisce.

La storia incredibile di quell’album e della canzone che gli dà il titolo la racconto nel libro*. Per esempio che i due espedienti che contribuirono a rendere epocale quella canzone, ovvero il sassofono iniziale e la voce di Marvin sovraincisa due volte sul  ritornello, nacquero da incomprensioni con i musicisti e i tecnici in studio. Qualcuno malignamente racconta dell’atmosfera molto rilassata che si respirava durante quelle registrazioni, probabilmente dovuta alla marijuana.

Quello che importa è che Marvin Gaye in quel 1970 aveva urgenza di tirare fuori quelle storie e non aveva più voglia di tacere. Contro tutto e tutti inciderà e pubblicherà What’s Going On, che il boss della sua casa discografica aveva definito “la cosa peggiore che abbia mai sentito in vita mia”.

Sarà il disco più venduto della carriera di Marvin Gaye, e da allora figurerà in tutte le graduatorie sui migliori album di tutti i tempi. 

“Mi sono reso conto che avrei dovuto lasciarmi alle spalle le mie fantasie se volevo scrivere canzoni che raggiungessero l’anima della gente. Volevo che dessero un’occhiata a ciò che stava accadendo nel mondo.” Nasceva da un’urgenza, dunque, ma a quanto pare ne abbiamo ancora bisogno.

 

 

*dovrete aspettare fino al 29 settembre…

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