Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

Del presagio è piena la saggezza popolare e la letteratura. Ma anche la musica ha esempi eclatanti. Per esempio, intitolare il proprio album Pink Moon, sapendo che la luna rosa nella tradizione cinese è quella che appare durante le eclissi e generalmente è presagio di sventura.

E morire pochi mesi dopo, per overdose di amitriptilina, un antidepressivo del quale faceva uso abituale. E’ l’epilogo della vita e della carriera di un artista che ogni tanto è bene ricordare: Nick Drake.

Nato casualmente in Birmania, dove il padre ingegnere lavorava, Nick torna da piccolissimo in Inghilterra. Cresce con una mamma Molly, che si diletta a scrivere canzoni e gli insegna a suonare il pianoforte. Le canzoni composte da Molly, che saranno ritrovate dopo la sua morte dalla figlia Gabrielle, attrice famosa in Gran Bretagna per aver interpretato il tenente Gay Ellis della serie televisiva UFO, risulteranno molto simili nello stile e nei contenuti a quelle prodotte da Nick.

Lui è timido, ben oltre il normale. Scrive canzoni molto intimistiche, spesso accompagnato solo dalla sua chitarra accordata in modo non convenzionale proprio per produrre quei suoni. Poi non ama esibirsi in pubblico: terrà solo un paio di concerti, nei quali canterà con lo sguardo a terra e se ne andrà dopo poche canzoni.

Ma le cose che scrive piacciono molto a Chris Blackwell, boss della Island, che produrrà i suoi primi due album: Five Leaves Left (1969) e Bryter Layter (1970), che insieme venderanno meno di 4mila copie. Ma sono album meravigliosi, acustico il primo, con qualche concessione all’orchestrazione il secondo. I testi sono di una raffinatezza rara, pur trattando temi semplici, con frequenti sguardi sulla natura e le sue manifestazioni.

Nessuno se ne accorgerà: poca promozione, nessun concerto, nessuna intervista. 

Ciò nonostante Blackwell è convinto di avere in mano un diamante e per isolarlo ancor di più dal mondo e dargli modo di scrivere le nuove canzoni lo ospiterà nella sua villa in Costa del Sol. 

Nick è molto deluso dai risultati dei suoi dischi, per curare la depressione che ha sostituito la sua
malinconia ha cominciato ad assumere psicofarmaci. Si rende conto che la sua musica non ha spazio in un mondo nel quale in quel momento primeggiano Elton John e David Bowie, ovvero il massimo del culto dell’immagine applicato alla musica. Di lui resteranno solo fotografie, non apparirà mai in un filmato se non in quelli girati in famiglia quando era bambino.

Ma in Spagna scriverà 11 canzoni, sulle quali il clima della costa del Sol non avrà influenza: tanto soleggiato quest’ultimo, tanto uggiose le prime. Entrerà in studio da solo, aiutato dall’unico tecnico del quale si fida e con il quale ha instaurato un minimo di rapporto, John Wood.

Chitarra e voce, cominciano a mezzanotte, alle due hanno già registrato i 28 minuti che comporranno l’album. La sessione in studio della notte successiva servirà solo a sovraincidere il pianoforte sulla canzone che darà il titolo al disco, Pink Moon.

Si racconta che Nick abbia lasciato la bobina con il master del disco su un tavolo della casa discografica, fuggendo subito dopo. In realtà uno dei dirigenti della Island racconterà qualche anno dopo che fece un giro negli uffici, scambiando qualche parola con le persone che conosceva, sempre con questa bobina sotto al braccio. Poi salutò, se ne andò e prima di uscire lasciò la bobina in portineria. 

Pink Moon uscirà nei primi mesi del 1972, sempre senza promozione a parte spazi pubblicitari su riviste musicali. Nick rilascerà l’unica intervista della sua vita a Jerry Gilbert di Sounds, che poi racconterà che non lo ha mai guardato negli occhi rispondendo alle domande con una serie di monosillabi. 

Il disco venderà meno dei precedenti e questo farà sprofondare Nick nella depressione più nera, preda di dosi sempre maggiori di psicofarmaci e rari momenti di lucidità nei quali telefonerà ai suoi collaboratori dicendosi pronto a registrare un nuovo album.

Morirà nella casa dei suoi genitori il 25 novembre 1974, spiegando così che la luna rosa che era in cammino stava arrivando per lui. 

Allo scarso successo commerciale ha fatto da contraltare, già da quando era ancora in vita, l’ammirazione di addetti ai lavori e musicisti. Negli anni hanno dichiarato la loro ammirazione Peter Buck dei Rem, i Black Crowes, Kate Bush e Paul Weller. Robert Smith ha addirittura ammesso che il nome della sua band viene dal verso di una delle sue primissime canzoni, Time Has Told Me, ovvero ”a troubled cure for a troubled mind”.

Fino a che nel novembre del 1999 un’agenzia pubblicitaria non ha scelto Pink Moon per lo spot televisivo della Volkswagen Cabriolet. In molti si sono così accorti di lui facendolo entrare in classifica per la prima e unica volta. Addirittura qualche anno dopo la Volkswagen inserirà la canzone in un cd promozionale da regalare ai propri clienti. Forse non esattamente il tipo di successo che Nick immaginava nella sua breve vita. 

 

 

 

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