Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

Compie oggi 50 una delle canzoni più famose della storia della musica, Let it Be. Ma è un compleanno fittizio, perché le date sono diverse e la storia di questa canzone è controversa tanto quanto quei mesi, gli ultimi dei Beatles.

Paul scrive la canzone nel gennaio del 1969. I Beatles stanno per implodere e paradossalmente McCartney, proprio quello accusato dagli altri di avere già pronta una carriera da solista, è quello che ci tiene di più a tenere unita la band. Stanno lavorando ad un disco, che dovrebbe intitolarsi Get Back, e ad un film documentario. Ma l’unico a presentarsi sempre puntuale in studio è proprio lui. Qualcuno non si presenta affatto.

Una notte sogna sua madre Mary, morta di cancro nel ’56, quando lui aveva solo 14 anni. Gli dice di stare tranquillo, che tutto andrà bene, basta lasciare che sia. Paul si sveglia e si mette al pianoforte. La canzone arriva di getto e lui corre in studio per farla ascoltare agli altri 3. Loro lo prendono in giro, è una canzone troppo religiosa, niente a che fare con i Beatles. Una canzone sulla Madonna – rincara John – figuriamoci.

Sono i giorni in cui la band sta decidendo la forma da dare all’ultimo concerto da fare insieme, culmine del documentario che stanno registrando. Per questo quelle sessioni in studio sono filmate interamente, e a guardarle bene sono molto esplicative sui motivi dei dissapori che stavano dilaniando il gruppo rock più famoso al mondo, “più famoso di Gesù”. Alla fine vengono accantonati tutti i progetti sulla location per il concerto finale e si ripiegherà sulla mitica esibizione in cima all’edificio della casa discografica Apple, a Savile Row, del 30 gennaio 1969.

Il giorno dopo viene registrata la prima versione di Let it Be, quella da includere nell’album. Poco dopo ne viene registrata una diversa, con un assolo nuovo di George Harrison, da includere nel film.

La canzone esce ufficialmente su singolo il 6 marzo 1970, ed è la prima versione con l’aggiunta di qualche orchestrazione in più e i cori. Oltretutto è l’unico brano dei Beatles nei quali figura tra i coristi anche Linda McCartney.

Ma sono i giorni del “tutti contro tutti” e il manager Allen Klein, in rotta soprattuto con Paul, chiamò Phil Spector per mixare la versione da includere nell’album. Il mago del Wall of Sound aggiungerà molti archi, ridimensionerà la batteria di Ringo, coprirà le strofe di Paul, non userà l’assolo preferito da George e darà al tutto un’atmosfera celestiale che rimarrà indigesta a John. Insomma, alla fine non piacerà a nessuno dei quattro, ma di fatto la band era già sciolta e il disco doveva uscire. 

Sarà comunque un grande successo, darà anche il titolo all’album, ma rappresenterà la scintilla che ha fatto esplodere i Beatles. Molti fans la useranno per farsi una ragione dello scioglimento: There will be an answer, let it be.

Solo nel 2003, nell’album Let It Be… Naked, i Beatles superstiti decisero di pubblicare le versioni originali di tutto quell’album, come avrebbero voluto che fosse.

 

 

 

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