Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

Tra le leggende nate intorno ai Beatles, la più dura a morire è quella  dell’accesa rivalità con i Rolling Stones. Una rivalità artificiale, costruita dalle rispettive case discografiche e amplificata dai media, ma sempre smentita dai protagonisti, che anzi, come racconta il chitarrista degli Stones Keith Richards nella sua divertentissima autobiografia (Life), erano spesso compagni di baldorie e di serate dall’alto tasso psicotropo. 

Del resto, quando la casa discografica Decca si rese conto dell’epocale sciocchezza fatta bocciando i Beatles al provino e tentò di rimediare, cercando una nuova band da mettere sotto contratto e portare al successo, chiese consiglio proprio a George Harrison, che non esitò un attimo a rispondere: “i Rolling Stones”. 

Un altro esempio delle sotterranee collaborazioni tra elementi delle due band è la registrazione di uno dei brani più celebrati degli Stones per l’influenza che avrà sui suoni di fine anni ‘60, grazie a elementi sonori già utilizzati ma mai in questo modo: Paint it, Black del 1966. 

La linea ritmica del brano è costituita dall’organo e da un ritmo di batteria serrato e sporco (oltre al basso, aggiunto in post produzione), mentre la linea melodica è affidata ad una chitarra e ad un sitar che suonano lo stesso riff. Il sitar  pare fosse stato portato in studio e suonato da George Harrison, che lo lo aveva importato dal famoso viaggio in India e lo utilizzò spesso negli album dei Beatles. Certo, poi il successo di Paint it, Black è dovuto a tanti altri elementi, primo fra tutti il testo: la storia di un uomo che ha perso il suo amore (forse perché lei è morta) e vorrebbe colorare tutto di nero, perché è così che vede il mondo in quel momento. Mick Jagger aggiunge al suo testo la frase cruciale, I have to turn my head untill my darkness goes , prendendola dall’Ulisse di Joyce e condisce il suo canto con una rabbia disperata. 

Un brano che ha segnato diverse epoche, e un testo che rende bene anche in italiano: 

 

 

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