Simone Fattori

SUONI NELL'ETERE

La radio privata italiana, o sarebbe meglio chiamarla “radio libera” come si autodefinì l’intero movimento nei primi anni, compie cinquant’anni.

Probabilmente a molti i conti non torneranno, visto che le prime radio libere italiane cominciarono tutte a trasmettere tra il 1975 e l’inizio del 1976, ma c’è una storia tutta da raccontare, che fa scivolare l’anniversario al mese di marzo del 1970.

Siamo nella Sicilia occidentale, nelle zone del Belice martoriate dal terremoto del 1968, dove la ricostruzione stenta a partire. 

Qui vive e lavora da più di dieci anni Danilo Dolci, sociologo, poeta, animatore culturale e grande intellettuale – poco valorizzato e ricordato – che combatte con metodi non violenti la mafia e la disoccupazione in quell’angolo di Sicilia, in simbiosi con le popolazioni locali.

Dolci ha fondato un Centro studi ed iniziative con sede nell’ottocentesco Palazzo Scalia, nella piazza principale di Partinico, un punto d’incontro dove ascoltare le istanze delle persone e insegnare loro a scambiarsi le esperienze ed i punti di vista. Sarà questo luogo simbolico l’epicentro di un evento entrato nella storia delle comunicazioni di massa, ma nato come atto politico lungamente pianificato da Danilo Dolci e da un gruppo ristrettissimo di suoi collaboratori.  Cercano un modo per dare voce alle popolazioni colpite dal terremoto, sanno che finché il Belice non diventerà un caso nazionale nessuna ricostruzione partirà mai. “Dobbiamo domandarci e risponderci con sicurezza – scrive Dolci in un dettagliato documento di progettazione – se esista alcun mezzo (fermo il fatto che i rapporti del lavoro personale e di gruppo rimangono insostituibili) che ci permetta di raggiungere ogni individuo con la massima economia di tempo (leggi velocità di comunicazione), persone e denaro. E’ evidente che non c’è alcun mezzo, tra quelli per ora a noi  disponibili, che risponda a questi requisiti, migliore della radio. Altri, che potrebbero essere più efficaci, come la televisione, non sono per ora alla nostra portata.“

All’inizio si pensa alle trasmissioni da una imbarcazione a largo delle acque siciliane, per sfuggire ai controlli della polizia postale, come da anni accade nel Mare del nord con le radio pirata. Ma da una parte l’impresa sarebbe troppo dispendiosa (tuttavia nel progetto ci sono anche preventivi per acquistare imbarcazioni), dall’altra Danilo Dolci non vuole contravvenir a troppe leggi. Vuole rimanere per quanto possibile nella legalità, e per questo chiede diversi pareri legali e si appella all’Articolo 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di espressione  “con ogni mezzo di diffusione”. Addirittura Dolci scriverà alcune lettere alle autorità di pubblica sicurezza, al Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica, che saranno recapitate nell’imminenza dell’inizio delle trasmissioni, per spiegare dettagliatamente il senso dell’iniziativa e la sua natura non violenta.

Si inviano dunque persone di fiducia nel nord Italia per acquistare le apparecchiature e riceve le prime essenziali istruzioni per farle funzionare. 

Il programma da trasmetter è scritto e registrato nei giorni precedenti. Dura 4 ore, e sarà ripetuto fino a quando le trasmissioni non saranno fatte cessare. Ci sono interviste registrate tra i contadini, per descrivere le loro condizioni di vita post terremoto, ci sono canzoni della tradizione popolare, ma soprattutto c’è il famoso appello registrato dalla voce di Dolci, che inizia con la frase che segnerà l’intera impresa: “Qui parlano i poveri cristi della Sicilia Occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza.”

Una lunga fase di programmazione, dunque, che culmina il 25 marzo 1970 con un corteo, che si conclude davanti a Palazzo Scalia, dentro al quale sono asserragliati due collaboratori di Danilo Dolci pronti a dare il via alle trasmissioni e a resistere il più possibile. Hanno con sé cento litri di gasolio, che i detrattori dell’impresa additeranno come arma per difendersi dalle forze dell’ordine, ma che in realtà servirà per azionare i generatori di corrente quando le forze dell’ordine, quale primo prevedibile tentativo di mettere fine alla trasmissione staccheranno l’energia elettrica al palazzo. Il Giornale di Sicilia racconta così, nell’edizione del 26 marzo, l’inizio della radiofonia libera in Italia: “Due collaboratori di Danilo Dolci, Franco Alasia e Pino Lombardo, si sono chiusi nei locali del “Centro studi ed iniziative”; hanno una radio di notevole potenza con la quale trasmettono notizie e documentari fonici sulle condizioni dei terremotati sui 98,5 mhz della modulazione di frequenza e sulla lunghezza d’onda di m 20.10 delle onde corte. L’emittente può essere udita su tutto il territorio italiano e da molte località all’estero; a quanto hanno annunciato, la possono captare anche negli Stati Uniti. È questa la nuova forma di protesta escogitata per presentare all’opinione pubblica le condizioni delle genti delle valli del Belice, del Carboi e dello Jato dopo il tragico terremoto del 15 gennaio 1968 e dopo che sono passati inutilmente due anni senza l’avvio della promessa ricostruzione.”

Resisteranno 27 ore, prima dell’irruzione delle forze dell’ordine nel palazzo. Alasia e Lombardo non saranno arrestati, forse anche per paura della reazione della folla radunata in piazza, ma denunciati per “violazione del codice postale”. Le apparecchiature saranno sequestrate e le trasmissioni chiuse. Ma ormai l’impresa è compiuta. Arriveranno numerose attestazioni di solidarietà e vicinanza da tutto il mondo, la questione del Belice guadagnerà la priorità nell’agenda  politica italiana e Radio Partinico Libera entrerà nella storia come la prima radio privata italiana. Cinquant’anni fa. Tanti auguri!

 

 

 

 Per chi volesse approfondire, Navarra Editore ha pubblicato un libretto con tutti i documenti che prepararono l’impresa, tutte le attestazioni di solidarietà e vicinanza da tutto il mondo e numerosi contributi. Si intitola proprio La radio dei poveri cristi, a cura di Guido Orlando e Salvo Vitale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pensiero su “I cinquant’anni della Radio dei poveri cristi

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